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giovedì 21 aprile 2011




Dopo tre settimane di ozio assoluto sulla spiaggia di Màncora, in Perù, ho preso il pullman per Guayaquil, la più grande città dell’Ecuador. Fino alla frontiera, in territorio peruviano, il pullman era come gli altri finora presi, ovvero comodo, elegante, eccetera. Appena entrati in Ecuador è cambiato tutto: è diventato come un autobus urbano. Si fermava praticamente ad ogni paesino e ad ogni benzinaio, saliva e scendeva gente, si riempiva fino al punto che anche il corridoio era pieno di gente, l’autista aveva lo stereo a mille, tanto che ho dovuto chiedergli di abbassare un po’ il volume, perché non resistevo al casino. Per fortuna avevo il posto numerato e prenotato. La frontiera separa in due un paesino che in Perù si chiama Aguas Verdes e in Ecuador Huaquillas. E’ un caos totale: il pullman passa per una via dove c’è un mercato tipo Porta Portese, ma più in stile casbah, non ho ancora capito come abbia fatto a passare senza rovesciare i vari banchi del mercato.
Banane. E’ la prima cosa che si vede in Ecuador. La strada passa attraverso una infinita piantagione di banani, a sinistra e a destra e a perdita d’occhio. Credo che sia il primo paese produttore di banane al mondo. Dopo un centinaio di chilometri di piantagioni ho anche capito che fra nord Perù e sud Ecuador il clima cambia completamente. Se a Màncora era secco e senza piogge, a causa dell’influenza della corrente di Humboldt, che blocca l’evaporazione dell’acqua di mare, in Ecuador è umido e piovoso. Probabilmente anche per questo ci crescono le banane, che comunque hanno un sistema di irrigazione molto sofisticato: ogni pianta è su una sorta di minicollinetta circondata da un minifosso per l’irrigazione. Ogni pianta. Ne ho viste milioni, immagino che impresa sia metter su una piantagione di banane. E adesso che ci penso… Mi sa che in Ecuador non ho mai mangiato banane. Non mi è mai capitato. 
In Ecuador la moneta ufficiale è il dollaro americano. Nel senso che non c’è più una moneta locale: una decina di anni fa il governo, per ragioni economiche tipo inflazione, eccetera, ha deciso di abbandonare la valuta ecuadoriana e cominciare a usare il dollaro. Le banconote sono proprio le stesse che circolano negli USA, quelle con le facce dei presidenti, le monete sono sia quelle americane sia alcune ecuadoriane di identica dimensione e aspetto. Altra cosa “americana” sono le spine e le prese elettriche. Sono a 110 volt e fatte come quelle americane, mentre in Perù, Brasile, Uruguay e Cile sono come quelle italiane e in Argentina come quelle australiane. Quindi ho dovuto comprare l’ennesimo adattatore (ne ho quattro, credo). Al governo, invece, c’è un socialista seguace di Chavez (Venezuela) che si chiama Rafael Correa. E’ stato rieletto recentemente, e, per la prima volta nella storia democratica del paese, direttamente al primo turno. 
Verso le sette di sera sono arrivato a Guayaquil. E’ una grande città, di circa tre milioni di abitanti, sulla foce del fiume Guayas, un fiume immenso con vari bracci in vista dell’estuario. E’ famosa in Sud America perché qui si incontrarono nel 1822 Simon Bolìvar e il generale argentino José de San Martin, i due principali liberatori dalla potenza coloniale spagnola, e qui si strinsero la mano. Sul Malecòn (lungofiume) di Guayaquil c’è un monumento che celebra e descrive proprio questo incontro.
Che ci facevo a Guayaquil? Ci sono andato un po’ perché dopo tre settimane di ozio assoluto al mare in Perù qualcosa dovevo fare, un po’ perché ho pensato: sei quasi al confine con l’Ecuador, che fai, non vai a dare un’occhiata a questo paese? Un po’ perché avevo visto anni fa un documentario sulla città e sulle sue scalinate e lungofiume e un po’ perché da Guayaquil partono gli aerei per le Galàpagos.
Come quasi tutte le grandi città che ho visitato in Sud America, Guayaquil ha un centro città piacevole e una periferia orribile. Anzi, devo dire che il centro è più che piacevole. Apparentemente in passato la città era un ricettacolo di criminali e brutti ceffi ed era tutta orribile, ma le ultime amministrazioni comunali gli hanno dato una bella ripulita con opere di bonifica, ristrutturazione dei lungofiume, pulizia in generale e… polizia e guardie giurate ad ogni angolo. In ogni caso il Malecòn 2000, il lungofiume rinnovato, è molto bello, verde, con negozi e centri commerciali non invadenti, monumenti, attrazioni turistiche e una lunga passeggiata pedonale sul fiume. Poi è pulitissimo (squadre di spazzini passano in continuazione), è off-limits per i venditori ambulanti e ad ogni cento metri c’è un poliziotto o due di ronda. Il fiume Guayas è interessante. Nasce, credo, sulle Ande, e quando arriva a valle, in prossimità di Guayaquil, è tipo il Po moltiplicato per dieci. Nel senso che quello che passa per la città – e sarà largo sei, sette volte il Po – è solo uno dei bracci della foce, che in pratica occupa tutto il sudovest dell’Ecuador. E le maree dell’Oceano Pacifico lo influenzano in maniera (da me) mai vista. Quando sono arrivato sul lungofiume, verso l’ora di pranzo, la corrente andava da sinistra a destra, molto veloce, e il fiume era pieno di tronchi di alberi, rami e ramoscelli evidentemente “pescati” a monte. Ho fatto un po’ di foto. Poi sono entrato nel centro commerciale per mangiare e per coincidenza in TV, sul maxischermo, c’era Barcellona-Arsenal, che mi sono visto quasi per intero. Ho trovato anche un negozio di telefonia aperto (era martedì grasso: quasi tutto chiuso) e ho comprato la SIM card ecuadoriana e ho fatto altri giri sempre all’interno del centro commerciale. Quando sono uscito, almeno due ore e mezza dopo, e ho ripreso a camminare sul lungofiume, sono rimasto un po’ confuso: il fiume scorreva da destra a sinistra… Insomma, era cambiata la marea e quindi anche la direzione della corrente. Uno spettacolo. Essendo, come dice il nome del paese, all’equatore, fa buio presto e non c’è ora legale, quindi alle 18.30 sono tornato in albergo. Nei giorni successivi ho visto il centro coloniale, che è molto ben tenuto (recentemente restaurato), il Parque Bolìvar, dove per le aiuole circolano iguane giganti e tartarughe, la Escalinata del Cerro de Santa Ana, una scalinata di 456 gradini che dal livello del fiume porta alla collina più alta di Guayaquil con un’atmosfera ed edifici tipo cittadine dell’Umbria in collina (più o meno) che finisce su uno spiazzo dove c’è un faro e una chiesoletta con vista sulla città e ho fatto la vaccinazione contro la febbre gialla, che è consigliata per evitare brutte sorprese con zanzare ostili e ostinate (che vivono solo nella giungla, ma non si sa mai). Una sera il tipo dell’albergo mi ha chiesto: ma non vai alle Galàpagos? In genere chi viene a Guayaquil poi va alle Galàpagos. Io ho risposto: ho visto i prezzi e non credo di potermelo permettere. Lui ha detto: io ho fatto la guida alle Galàpagos per molti anni e ho tutti i contatti. Se ti interessa vedo se ti trovo un last-minute a un prezzo scontato. Okay, ho risposto, fammi sapere domattina, grazie. 
Ovviamente delle Galàpagos parleremo nel prossimo post…

sabato 26 febbraio 2011

Màncora, o gli ozi di Capua

Dopo 14mila km in macchina, fra Patagonia, Atacama e Arica, 7mila km in pullman e un volo (Santiago-Calama, Cile) sono arrivato a Màncora, una località di mare nel nord del Perù, vicino al confine con l’Equador. E ci sono rimasto due settimane. Perché? Credo di aver detto a tutti, prima di partire, qualcosa tipo “se Santiago non mi piace ci resto solo tre giorni, se invece trovo un posto di mare bello per riposarmi e fare vita di spiaggia, mi fermo anche un mese”. Detto fatto. 
Màncora in sé non è un granché, anzi: un villaggio di pescatori di 10mila persone, c’è un casino totale, ogni negozio, ristorante, bar e pub ha lo stereo acceso e alla sera i volumi e la musica si fondono in una cacofonia orribile, la spiaggia è piena di gente e sporca (per quanto riguarda l’immondizia, i sudamericani sono indietro di trent’anni rispetto a noi; ricordate quando le nostre spiagge erano piene di rifiuti? Non che ora siano pulite, ma rispetto a trent’anni fa qualche passo avanti lo abbiamo fatto). E’ pieno di venditori ambulanti, taxi-ape rumorosi e c’è un aria di caos diffuso. Però…
Però, a tre km di distanza a sud, c’è Las Pocitas: una spiaggia praticamente incontaminata di vari kilometri, con le palme, da cartolina, servita da una strada sterrata ridotta male, e quindi poco frequentata, con alcuni piccoli alberghi sulla spiaggia. L’ho “scoperta” nel corso di una passeggiata, mentre cercavo di allontanarmi dal rumore e dalla gente, pentito per aver dato retta a chi a Lima mi aveva detto di andare a Màncora. Màncora e Las Pocitas sono inferno e paradiso separati da tre km. Quindi, dopo i tre giorni che avevo prenotato all’hotel a Màncora, ciao ciao, taxi-ape e hotel a Las Pocitas, bungalow sul mare, 50 dollari a notte, paradiso. Il rumore del mare è molto forte, più che altro perché le onde sbattono sulla scogliera ogni dieci secondi, e c’è una minicatena montuosa che segue la spiaggia che amplifica, ma il rumore del mare è 10mila volte meglio del rumore di qualunque altra cosa. Essendo sull’Oceano Pacifico, tutte le sere c’è il tramonto sul mare, con colori spettacolari. Dopo i tre mesi precedenti, passati a macinare km, questo ozio di Capua mi ci voleva proprio. Anche per aggiornare il blog, per dormire fino a tardi (in genere alle 10 devi lasciare la stanza, qui invece non metto proprio la sveglia), per fare un primo bilancio del viaggio, leggere, ascoltare musica, insomma: riposarmi, che secondo me è sempre uno degli scopi di ogni vacanza.
Poi arriveranno Ecuador, (forse) Isole Galàpagos, Amazzonia, eccetera. Ma ora si ozia.

venerdì 11 febbraio 2011

Gli autobus e i taxi di Lima, Perù

Prendere un autobus a Lima è un'avventura. Ma è un'esperienza da fare. Oggi sono stato in centro (l'ostello è sulla costa, nel quartiere "chic" di Miraflores). A Lima, ne sono certo, ci sono più taxi che auto private. Pare che chiunque faccia come secondo il lavoro il tassista. A parte alcune storie tipo che sali sul taxi e il tassista ti porta in un vicolo e ti rapina - a me non è ovviamente mai successo - quando fermi il taxi dici al tipo dove vai, quello ti dice un prezzo e tu rispondi sì o no. In pratica contratti il prezzo prima di entrare. Se non ti va bene chiedi al prossimo - c'è sempre la fila di taxi, ovunque.

Gli autobus invece sono di varie dimensioni, da quelle di un Ford Transit a quelle di un autobus normale. In quelli piccoli ci stipano fino a 20 persone, in quelli grandi il triplo. Costano pochissimo (500 lire) e vanno dappertutto. Come per i taxi, ce ne sono a migliaia, di varie compagnie private, anzi credo che ognuno dei piccoli sia un'impresa individuale. Dentro c'è ovviamente l'autista, che ha sempre lo stereo accesso a mille di volume con musica latina tipo salsa, e il bigliettaio in piedi, che ad ogni fermata (e si fermano ogni 50 metri) esce dalla porta e grida l'itinerario. Sul mio, ad esempio, "Arequipa, todo Arequipa, Tacna, Wilson." Fa salire chi vuole salire, e poi, quando l'autobus è già in corsa, rientra al volo. Quindi c'è il rumore esterno dei clacson, l'autista con lo stereo a manetta e il bigliettaio che strilla a ogni pie' sospinto (letteralmente). Ah, i clacson. Come dicevo, è pieno di taxi, i quali procedono lentamente quando sono vuoti e appena vedono qualcuno che sembra potrebbe avere bisogno di un taxi fanno due colpi di clacson o alla sera fanno i due colpetti e abbagliano. Quindi potete immaginare il casino. E poi sugli autobus entrano e escono regolarmente venditori ambulanti che hanno di tutto, dalle gomme americane ai fazzolettini, ai prodotti di artigianato, ai gelati.
C'è da aggiungere che tutti guidano come pazzi, le strisce pedonali contano meno che in Italia, è un miracolo che non ci sia un incidente ogni cinque secondi. Insomma, un'esperienza, come dicevo, da fare, ma non troppo spesso...

martedì 8 febbraio 2011

Parole e frasi utili (spero)

Allora, questo potrebbe servire a chi viaggerà in Sud America (lo aggiornerò pian piano). Ogni paese ha i suoi modi di dire, il suo accento e la sua cadenza, ma anche le sue parole e regole grammaticali distinte. Per esempio, in Argentina, Uruguay e altrove non si dice tú, ma vos. E cambia anche la coniugazione:


  • "Tu parli" (seconda persona singolare, discorso informale)
Spagnolo iberico - tú hablas
Argentina, Paraguay e America Centrale - vos hablás
Uruguay - vos hablás, tú hablás
Cile - tú hablas, tú hablái, vos hablái
Colombia - usted habla, tú hablas, vos hablás
Puerto Rico - tú hablas (pronunciato come nella Spagna meridionale)
Messico - tú hablas, vos hablás (Chiapas soltanto)
Venezuela e spagnolo arcaico formale singolare - vos habláis, tú habláis, vos hablás
Ecuador - tú hablas, vos hablás
Ladino formale - vos avláis
Perù (discorso ufficiale) - tú hablas, usted habla, vos habláis/hablás

Tratto da:
http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_spagnoli

Benzina si dice gasolina in Brasile, nafta in Uruguay e Argentina, bencina in Cile e Perù (altrove ancora non lo so).
Alquilar è affittare quasi ovunque, ma in Cile si dice arrendar e in Perù rentar.
Lleno è il pieno di benzina.
Pasta si dice pasta, ma più spesso massa (Brasile) e fideo nei paesi ispanici.
Agua sin gas è naturale, con gas è gassata.
Una stanza singola in albergo è individual o simples.
Ripio vuol dire ghiaia, ma anche strada sterrata (questo l'ho imparato molto bene in Patagonia e nel deserto...).
Nei cartelli di stop non c'è scritto Stop ma Pare (fermati).
Limite vuol dire frontiera.
Benzinaio è Posto de gasolina in Brasile e Estacion de servicio o Servicentro altrove.
Autoservicio non è un meccanico (come ho capito dopo aver guardato dentro le vetrine), ma supermercato self-service.
Birra si dice cerveza (cerveja in Brasile), ma in Uruguay e Argentina si può dire anche birra.
Tè è té (cha in Brasile).
Colazione è café da manha (o semplicemente café) in Brasile e desayuno altrove.
Pranzo è almoço in Brasile e almuerzo altrove.
Cena è jantar in Brasile e cena altrove.
Propina vuol dire mancia nei paesi ispanici, ma propina vuol dire "mazzetta" in Brasile, dove mancia si dice invece gorjeta.
Il conto è la cuenta (isp) e a conta (Bra).
Cameriere è mozo o camarero (isp) e moço (Bra).
Ovunque usano diminutivi "alla romana". Cerveja diventa sempre cervezinha (come birretta), foto-fotita, perro-perrito, gato-gatinho, ecc.
Inversion non vuol dire inversione, ma investimento.
Diversion non è diversione, ma divertimento.
Anche quando uno non ti conosce, inizia sempre e comunque con hola, buenas tardes, o simili. Non esiste: dov'è la spiaggia? Sempre: hola, buenas tardes, donde queda la playa?)
A proposito di playa: in Argentina e Uruguay non è vamos a la playa, ma vamos a la plagia o plascia!

I pullman



In Sud America, da quello che ho visto, i pullman si dividono in due categorie: quelli da poveracci (ovvero vecchi, economici, pieni, per percorsi generalmente brevi) e quelli per chi può spendere di più. Fortunatamente ho quasi sempre preso i secondi. Li ho trovati in tutti i paesi dove sono stato finora (Brasile, Uruguay, Argentina, Cile, Perù). Ovviamente costano il triplo di quelli normali, ma ne vale la pena. Sono comunque prezzi superaccessibili per euopei (da Tacna a Lima 1200km 30 euro). Da fuori sono normali, dentro invece sono un po’ come gli aerei, anzi come gli aerei in business class: i sedili sono reclinabili tipo letto (infatti li chiamano “leito” in Brasile e “cama” altrove), sono abbastanza distanti l’uno dall’altro, c’è bagno, tv con dvd, radio, servizio gratuito di vettovaglie e bibite e a volte anche wifi. Insomma, per i viaggi lunghi, come quello che sto facendo adesso (una ventina di ore) sono l’ideale. Fra l’altro ho notato che (credo per legge) gli autisti devono essere due, per darsi il cambio quando sono stanchi. Ogni tanto, poi, si fermano in qualche benzinaio, quindi si può uscire per sgranchirsi le gambe, comprarsi qualcosa, eccetera. Sono un’alternativa agli aerei: sono molto meno costosi e si può vedere il paese vero.

giovedì 20 gennaio 2011

La gomma a terra e Sierra de las Quijadas

Oggi ho bucato una ruota. Mi è andata benissimo: invece di succedermi mentre stavo sull’autostrada, magari ad alta velocità (statisticamente, quando fai 12mila km, una foratura ci sta), mi è successo mentre stavo in albergo a dormire, a Uspallata, sulle Ande. Mi sono alzato e sono andato subito a fare benzina. Il benzinaio mi ha detto: guarda che hai una gomma a terra. Ho chiesto dov’era il gommista e mi ha risposto: lì, a 100 metri. In realtà più che un gommista era una casa di campagna diroccata con due tipi seduti che giocavano a carte. Ho chiesto: è qui il gommista? Sì, senor, però noi facciamo solo camion. Vediamo un po’. Ah, sì, d’accordo, la possiamo fare, non ci sono problemi. Il tipo mi ha chiesto di dove fossi e quando gli ho risposto che ero italiano ha detto: ah, anche qui a Uspallata c’è un italiano, Renato, che ha una fattoria ecologica.
La mia fortuna è stata che, mentre il collega riparava la gomma (causa della foratura: un chiodo), ho tirato fuori la carta geografica e ho chiesto all’altro tipo che itinerario fare per andare a Cordoba. Il tipo si è illuminato d’immenso, per così dire, e per tutto il tempo che l’altro riparava mi ha indicato i percorsi più pittoreschi da fare. Ha detto: io appena posso prendo la macchina e vado in giro per queste zone. Devi andare qui, qui e qui. C’è da fare un pezzo di sterrato, ma si può fare. Nel frattempo l’altro ha finito con la gomma, me l’ha lavata, pulita e rimontata e mi ha chiesto… 15 pesos (tre euro). No, ho detto io, non è il prezzo giusto. Io di pesos te ne do 30 (sei euro). Anche perché poi le indicazioni e i consigli sull’itinerario si sono rivelati preziosissimi. Invece che tornare a Mendoza e poi dirigermi a Cordoba, come pensavo, ho preso quindi la strada per Villa Vicencio, una minuscola località termale sulle Ande. Strada è un complimento. Dopo tre o quattro chilometri da Uspallata niente più asfalto e sterrato di sassi. Fin qui niente di nuovo (di 12mila km, almeno mille li ho fatti su strade non asfaltate - di varie qualità). Sono passato in posti stupendi con vista sulle Ande unica e anche davanti al monumento a Darwin, passato da qui, un monumento in mezzo al nulla. Arrivato ad un certo punto è iniziata una discesa spettacolare dalla cima della montagna alla valle di Villa Vicencio. Una meraviglia. Con un piccolo particolare. La pendenza era del 10% in discesa e lo stato della strada era pietoso. Essendo una strada di montagna era tutte curve a gomito, e a ogni curva dovevo andare al massimo a 20kmh anche perché la carreggiata era piena di sassi: alcuni piccoli, altri immensi, pietre delle dimensioni di una lavatrice. Tutti caduti dalla montagna, ovviamente, e altrettanto ovviamente nessuno fa la manutenzione, o si fa quando si ricordano. Anche perché non è che ci passino molte persone da questa strada. Avrò incontrato una dozzina di macchine nei 40 km fatti, perché c’è un’alternativa, passare da Mendoza, ma la strada è normale, quindi molto meno panoramica e avventurosa. Ho visto anche dei guanaco per la strada, un po’ meno timidi di quelli visti nella Patagonia del sud, e ho sentito per la prima volta il loro verso: nitriscono, un po’ come i cavalli.
La prossima cosa da vedere, secondo i consigli del gommista, era il Parque Nacional Sierra de las Quijadas, nella vicina provincia di San Luis. Ho dato un’occhiata alla mappa e ho calcolato che in paio d’ore ci potevo arrivare. Avevo fatto però i conti senza l’oste. O meglio senza la pessima (quasi assente) segnaletica e il fatto che nel navigatore i parchi nazionali non ci sono (e vicino al parco non c’è nessuna città). Morale della favola, dopo aver sbagliato strada due volte sono arrivato finalmente davanti all’entrata del parco nazionale che era quasi buio, pensando: vabbe’, chiedo un po’ di informazioni, mi trovo da dormire e poi domattina ci torno con calma. Mentre entravo, usciva in moto uno dei ranger che mi ha fermato, come per dire: ma dove a va a quest’ora? Gli ho detto: guardi sono venuto solo per avere informazioni, so che è tardi, torno domani. Il ranger ha risposto: sì, ora è chiuso, non c’è nessuno, ma se entri adesso che è il tramonto fai delle belle foto. Sei chilometri di sterrato e c’è il punto panoramico. Detto fatto. Ho percorso i sei chilometri di sterrato e sono arrivato al punto panoramico. Che posto! Sembra un po’ il gran canyon e un po’ le parti settentrionali del Kimberley in Western Australia. Ma anche diverso, sudamericano, ovviamente. Sembra un immenso cratere, non so, di 30-40 km di diametro, forse è un ex cratere vulcanico, e secondo il depliant una volta era terra di dinosauri, come del resto tutta l’Argentina. E c’era un laghetto, che ormai si è prosciugato, ma che ogni volta che piove di brutto si riforma in parte nella conca centrale. Ci vivono guanaco, mara (una specie di leprotti selvatici), vari piccoli rettili e tartarughe di una specie locale molto rara. Oltre a uccelli di ogni tipo. Alberi poco o nulla, soprattutto cespugli e macchia bassa. Colori dominanti: ocra, rosso, giallo (come da foto su facebook). Inutile dire che ho fatto un po’ di foto al tramonto ma ho deciso di tornare il giorno dopo. Problemino: qui intorno non c’è nulla, solo minuscoli paesini di campagna fatti da quattro case, cinque se va bene. Alternative per dormire (sempre secondo il ranger): Lujan, 100km a nord e San Luis, 100km a sud. Visto che venivo da nord, ho deciso di andare a San Luis, che essendo anche la capitale provinciale offriva maggiori opzioni. Dopo un’ora sono arrivato (saranno state le dieci e mezza) e ho trovato una stanza al “Gran Hotel Espana” per una quarantina di euro. Con parcheggio custodito, colazione, internet e pay-tv. DI fronte c’era un ristorante coi tavolini fuori, ci sono andato alle 11.15, era ancora pieno, anzi, c’era gente che veniva – per mangiare – anche a mezzanotte. Ho mangiato una discreta pizza napoletana. La mattina dopo dovevo passare a un bancomat (San Luis non è male come città, avrà un 200mila abitanti e qualche edificio interessante, oltre alla classica piazza coi giardini pubblici in centro, con la statua del fondatore, la fontana, ma questa volta anche una targa dedicata ai desaparecidos, descritti giustamente come vittime del terrorismo di stato) e quando ho finalmente trovato parcheggio davanti alla banca è venuto un tipo che mi ha detto: maestro (“maestro” è usato qui come “dottore” è usato da noi dai posteggiatori), laviamo la macchina? In effetti faceva abbastanza schifo, dopo tutta la polvere accumulata nelle varie strade non asfaltate fatte. Quanto mi costa? 15 pesos (3 euro). OK, ci vediamo fra 20 minuti, vado in banca e poi a fare la spesa. Quando sono tornato la macchina non la riconoscevo, sul serio! Tutta bella pulita e lavata, pure le ruote, da marrone terra era tornata verde. Gli ho dato venti pesos, lui tutto contento! Sono quindi tornato al parco nazionale, dove ho fatto diversi percorsi a piedi, altre foto e vista la bellezza del posto mi sono messo a sentire l’ipod come colonna sonora per corredare con audio l’esperienza visiva. Pat Metheny, album “Secret Story”. Perfetto. Un film.

mercoledì 12 gennaio 2011

Annotazioni e considerazioni

Innanzitutto due considerazioni. Mi piace viaggiare e il Sud America è un continente. Ovvio? Fino a un certo punto. Mi piace viaggiare nel senso proprio del viaggio, dello stare in macchina e fermarmi in posti che mi sorprendono, che mi attizzano, che non mi aspettavo.  O invece proseguire di corsa perché voglio arrivare al più presto possibile alla prossima destinazione. Altra cosa è il viaggio in treno o in aereo, dove le variabili sono molto poche. Come diceva Neil Peart dei Rush nella canzone “Anything Can Happen”: The point of the journey is not to arrive, ovvero: lo scopo del viaggio non è arrivare. E Il Sud America è un continente come l’Europa o l’Asia. Cambia quasi ad ogni chilometro. Cambiano gli accenti della gente, la morfologia del territorio, il cibo, le tradizioni, il fuso orario, la qualità delle strade e dei bagni, i prezzi, le parole, il clima, i volti della gente. Cambia tutto. Proprio come cambia tutto da Palermo a Helsinki. Dopo aver percorso quasi diecimila chilometri in macchina in Argentina, posso dire che anche all’interno dello stesso paese cambiano molte cose. A Buenos Aires è come a Roma: grande città, bella città, arroganza, fretta, stress, tutti a parlare al cellulare, traffico, musei, strade larghe, negozi, teatri, cinema, McDonalds, caos, l’accento portegno, che è praticamente l’equivalente del romanesco. Oggi invece sono a Bardas Blancas, un paesino di (forse) 100 persone, sulle Ande. Accento diverso, quasi “messicano”, tranquillità, cortesia, lentezza, un solo ristorante e un solo “albergo”, niente internet, niente copertura del cellulare, niente da fare o da vedere – a parte la natura: le montagne, il fiume, il bosco, il tramonto, il rumore del vento.
Parliamo dei bagni: a Buenos Aires no, ma in molte parti del Sud America, per motivi che non ho chiari, la rete fognaria non gestisce la carta igienica. Il che vuol dire che di fianco alla tazza c’è un cestino dove va messa la carta igienica. Che schifo! Succede anche nelle case “signorili”. Ad esempio nella casa della brasiliana dove sono stato ospite a Porto Alegre, che è forse la città più attrezzata del Brasile. Lei è architetto, vive in un quartiere “ricco”, eppure anche lì c’è il cestino. La conseguenza, se si mette la carta nella tazza, è che si intasa e ti torna tutto su. E’ successo nell’ostello in Uruguay dove sono stato. Nel bagno femminile qualche straniera deve essersene dimenticata e puf, allagamento totale di acqua, carta igienica e stronzi.
I benzinai. I benzinai sono come i nostri autogrill, ma più piccoli. Sono soprattutto due marche: YPF (l’Agip argentina) e Petrobras (l’Agip brasiliana). Parentesi: la super costa circa 80 centesimi di euro, poco per noi, tanto per loro, che guadagnano molto meno di noi. Hanno tutti un negozietto che vende di tutto, dalle forbici ai panini, dalle carte geografiche alla coca cola, dai biscotti alla birra, dalle sigarette ai CD. E quasi tutti hanno wifi. Diverse volte mi sono fermato con la macchina davanti a un benzinaio e mi sono collegato a internet senza problemi. Hanno ovviamente anche bagni, ma spesso senza carta igienica (mi sono attrezzato). C’è una cosa che non capisco: spesso ho visto file chilometriche per fare benzina, come da noi quando si annuncia lo sciopero dei benzinai. O addirittura stazioni di servizio chiuse per mancanza di benzina. Il paradosso è che l’Argentina ha benzina, in Patagonia ci sono diversi giacimenti di petrolio. Ho visto nella città di Comodoro Rivadavia, sulla costa patagonica, raffinerie a pieno regime nel porto e a 500 metri di distanza benzinai senza benzina. E’ chiaro che c’è un problema di gestione e di organizzazione. Forse ha a che fare col fatto che qui tutto funziona coi camion. I treni non esistono quasi più. Mi è stato detto che gli americani hanno spinto i governi sudamericani a passare al trasporto su ruota – i camion – a svantaggio dei treni. Risultato: oggi non ci sono più treni - come forse qualcuno ha visto nelle foto che ho messo su facebook le ferrovie sono abbandonate. E visto che tutti i trasporti di carburante sono su camion, evidentemente se il camion non arriva puntuale o se c’è un po’ di domanda di carburante in più (magari perché è estate e ci sono più turisti) il sistema va a puttane.
I “santuari”. Ne ho visti a migliaia, di tutte le dimensioni. Per la strada, ogni tanto, ci sono delle cose tipo cucce di cani, con drappi rossi, immagini votive e cose del genere. Vanno da dimensioni cuccia di cane a dimensioni tipo cappella elaborata. Pare che siano dei “per grazia ricevuta” o posti per mini-pellegrinaggi. La cosa buffa è che spesso sono corredati di decine di bottiglie di acqua minerale o coca-cola o sprite piene. Come se si volesse lasciare da bere al “santo”. Credo che sia una cosa degli indigeni, che sono stati cristianizzati ma che ovviamente, come succede in questi casi, hanno sovrapposto la religione cattolica al loro paganesimo. Indagherò.

sabato 8 gennaio 2011

Piedritas e la Pampa

Per centinaia di chilometri si vedono solo campi di girasole, granoturco e altre piante che non riconosco (ho fatto il classico e sono un "cittadino"!). Una specie di Emilia-Romagna immensa. Ogni 20, 30 km c'è un paesino, spesso si chiama come la famiglia che lo ha "colonizzato" (Cipolletti, Bernasconi, Rufino, Pergamino, Villa Rossi, ecc.). Uno si chiede: con tutta questa produzione di generi alimentari agricoli, come è possibile che l'Argentina non possa sfamare tutto il continente o tutto il mondo? Boh. Veramente, dopo 3 o 400 km che guidavo e vedevo solo campi coltivati, mi facevo queste domande. Le città e le cittadine argentine hanno una pianta identica. Periferia bruttina, poco curata, poco asfaltata, e centro carino con giardini pubblici e una "griglia" di strade tipo parole crociate che si ripete: da un lato le strade con i nomi dei posti (Calle Bolivia, Avenida Italia, Boulevar de los Andes), dall'altro i nomi di personaggi famosi e date storiche (c'è sempre una Avenida 9 de Julio, una Avenida San Martin, una Avenida Presidente Peron, eccetera). Le strade generalmente sono lunghe quanto tutta la cittadina, non cambiano nome ogni due o tre incroci come da noi. Purtroppo, Buenos Aires a parte (e mi dicono Cordoba e Mendoza, ma non le ho ancora visitate), non hanno molto da offrire: sono tutte recenti e fatte a risparmio, per così dire. Non ci sono vicoli, piazzette, monumenti che attirino l'attenzione. Per questo, a parte Buenos Aires, mi tengo lontano dalle città, perché non sono venuto qui per le città, ma per quello che c'è fuori dalle città. E poi, forse l'ho già scritto ma lo ripeto, qui ci si sente sicuri: continuo a chiudere sempre la macchina e a tenere nascosti soldi e passaporto, ma si respira un atmosfera di tranquillità che, ahimé, altrove in Sud America non si respira. E poi sfatiamo il mito degli argentini fanfaroni e superbi. Forse a Buenos Aires, ma io ho sempre incontrato gente cortese e disponibile. Anche la polizia: non ci sono volanti o stradale (almeno io non li ho visti), ma all'ingresso di ogni città c'è una sorta di posto di blocco della polizia (forse è un retaggio dei tempi della dittatura, forse no, non lo so). Quindi di poliziotti ne ho visti tanti: sempre gentili e cortesi. Quando capiscono che sono straniero mi chiedono sempre se mi piace il paese e io non devo mentire per dire di sì. Qui è obbligatorio tenere le luci accese sulle strade extraurbane. Un paio di volte mi sono scordato. Teoricamente potevano farmi la multa, invece, cortesemente mi hanno detto di accenderle e basta.
Fra l'altro adesso vado un po' più veloce, 120, 130kmh, ma continuano a superarmi tutti: vanno a 180-200, secondo i miei calcoli visivi. I camion invece no, rispettano il loro limite di 90.
Dopo i 400 e passa km di campagna coltivata, stanco, ho deciso di trovarmi un posto per dormire. L'obiettivo era la cittadina di General Villegas, invece un po' prima ho visto un cartello: Posada del Sol, Piedritas. Ho girato a sinistra e c'era il paesino minuscolo di Piedritas. Otto strade in croce. Mi sono fermato davanti alla posada (più o meno vuol dire pensione) e sono entrato a chiedere. La ragazza alla reception ha capito che non ero argentino e mi ha detto che ero il primo cliente straniero di sempre. Poi è arrivata la madre: "Che onore", ha detto. "L'onore è mio", ho risposto. Insomma è una famiglia di lontana origine francese, Lahitte, padre, madre e due figlie. La piccola ha studiato cucina e ha vissuto anche in Nuova Zelanda, la grande si occupa di organizzare mostre d'arte. La camera era molto carina, sono riusciti a dare carattere a un posto anonimo. A cena ho mangiato una buona pizza. La madre è venuta a chiedere se era all'altezza (essendo io italiano). "Certo", le ho risposto, "se era cattiva non me la mangiavo!". La mattina dopo (nella posada c'era wifi) mi hanno aiutato a trovare un itinerario giusto per la Patagonia e mi hanno dato consigli sul viaggio. Che bella famiglia. La piccola, che conosce bene la storia locale, mi ha detto che se torno mi fa vedere la campagna e come si lavora nei campi qui in Argentina. Non so se torno, Piedritas non è sul mio itinerario di ritorno a Buenos Aires, chissà.

martedì 28 dicembre 2010

L'ultima settimana

Nell'ultima settimana sono sempre arrivato in albergo tardi, stanco e senza molta voglia di aggiornare il blog. Ripariamo.
L'arrivo a Buenos Aires. Sono uscito dal traghetto, ho preso un taxi e mi sono trovato un albergo in centro, sulla Avenida de Mayo, fra Plaza de Mayo e la Casa Rosada, vicino all'Obelisco. Ho mangiato una cotoletta che col senno di poi non doveva essere il massimo, perche´ ho passato i due giorni successivi... al cesso! Ho comunque avuto il tempo di fare un giro sul pullman turistico, che ferma in tutte le attrazioni principali della citta´, dalla Boca a Palermo, dove ho fatto le foto di prammatica. Mi e´piaciuta molto la riserva naturale, una sorta di immenso parco/polmone verde fra il centro e la costa, dove ho visto molti uccelli, una megalucertolona e tanto verde. Poi ho affittato la macchina: una Volkswagen Gol, un modello che non credo esista in Europa, una via di mezzo fra Golf e Polo. Affittare la macchina in Argentina costa molto, circa 55 euro al giorno, ma non avevo alternative se volevo, come voglio, girarmi la Patagonia a mia discrezione. Che dire di Buenos Aires? C'ero gia´stato, quindi l'ho girata in fretta. E' una metropoli immensa, 12 milioni di abitanti, e il centro e´ stato pensato come una specie di Parigi sudamericana. Ci sono molti edifici in chiaro stile parigino, grandi viali alberati e quartieri residenziali molto belli, e si vede che una volta l'Argentina era un paese ricco, orgoglioso e in crescita. Ora lo e´ molto meno, anche se gli argentini, e gli abitanti di Buenos Aires in particolare, sono tuttora molto orgogliosi. E' anche chiaro che gli argentini, volendo costruire Buenos Aires in questo stile, abbiano voluto chiarire al resto del mondo che non si sentono sudamericani, ma europei in trasferta. Il resto dei sudamericani questo non glielo perdona e le barzellette sulla presunzione degli argentini si sprecano. Uscire da Buenos Aires e´ stato piu´ facile di quanto credessi. Alla fine della Avenida 9 de Julio inizia l'autostrada che porta a Rosario, al nord, o a Mar del Plata, a sud. Volevo andare a sud, ma il portiere dell'albergo mi ha convinto invece a fare il giro contrario, ovvero Rosario, la Pampa e la Patagonia andina. Dopo circa tre ore sono arrivato a Rosario, la terza citta´del paese, con un milione e mezzo di abitanti, sul fiume Parana´. Devo aprire una parentesi per spiegare come guidano gli argentini. Come gli pare. Ci sono limiti di velocita´, fra l'altro abbastanza alti (130), ma tutti, ribadisco: TUTTI, guidano a velocita´ folli. Io, che come straniero rispetto tutti i limiti per evitare contatto con la polizia, sono stato superato da tutte la macchine sull´autostrada. E' come in Italia: ti abbagliano e corrono a 180-200. Anche quando i cartelli dicono: centro abitato, rallentare, o cose del genere. Bisogna dire che le strade sono buone, mille volte meglio che in Brasile, e non ho mai visto un incidente, quindi si vede che sanno guidare bene, pero´ corrono come se fossero a un gran premio di Formula 1.
A Rosario ho contattato la sorella di un mio amico argentino che vive a Sydney, German, che abita col marito e i figli nel quartiere italiano. Lei si chiama Autino, piemontese, lui Scialfa, di chiara origine siciliana. Abbiamo fatto un barbecue nel club italiano. Sono rimasto un giorno in piu´del previsto perche' mi hanno invitato a cena e ci siamo subito trovati bene. Lui gestisce una radio internet. Qui si mangia dalle 22 in poi, prima i ristoranti sono vuoti. Mangiare costa poco. Una cotoletta con patatine e una birra li paghi 5-7 euro. Rosario e´ una bella citta´, molto diversa da Buenos Aires. E´ sul fiume Parana´, un fiume immenso, praticamente non si vede l'altra riva, e Rosario e´ costruita solo sulla riva ovest. Il centro e´ cosi´ cosi´, strade a croce senza troppa personalita', mentre la parte in riva al fiume e´ molto bella, piena di parchi, zone aperte ed edifici moderni. Prima di partire per il Sud ho deciso di comprare un navigatore: sono andato in un centro commeciale e l'ho preso. Il piu' economico costava circa cento euro. Ha anche la voce in italiano e funziona bene. Devo dire che mi e' servito molto, soprattutto per entrare e uscire dalle citta´, che e´ ovviamente la cosa piu' complicata. Insomma, sono partito da Rosario e mi sono diretto verso sud, sulla statale 33. Prima fermata: Piedritas, di cui parlero´ nel prossimo post. Grazie per l'attenzione.

lunedì 20 dicembre 2010

Montevideo e Colonia del Sacramento

Come dicevo nell'ultimo post, una giornata di sole cambia completamente la prospettiva di una città vista inizialmente sotto la pioggia e col freddo. Ho passato l'intera giornata a camminare per Montevideo, sia per motivi di piacere che di dovere, per così dire. Prima cosa: cercare di riparare il cellulare o comprarne uno nuovo e trasferire i dati. Su internet ho cercato i riparatori di cellulari del centro di Montevideo, me li sono segnati su un pezzo di carta... e me li sono fatti tutti. Erano praticamente tutti sulla 18 de Julio, la strada principale della città. Come spesso accade, solo il decimo mi ha detto che si poteva fare e subito (cosa essenziale per me). Gli altri o non sapevano che pesci prendere o mi davano prezzi assurdi o mi dicevano: okay, ce lo lasci e ripassi fra una settimana. Quando avevo perso le speranze, ne ho trovato uno al n. 2220 della strada (per dare un'idea, ero partito dal numero 1) che ha detto: okay, ripassi fra un'oretta che è pronto: 100 dollari. Sì, perché ho scoperto che in Uruguay hanno corso legale sia il peso locale (1 euro = 27 pesos) sia il dollaro americano. Tanto che quando ho detto alla tipa che non avevo dollari americani, mi ha risposto: vada in qualunque bancomat a prenderli. Detto fatto: nei bancomat puoi scegliere se vuoi pesos o dollari. Mentre aspettavo sono andato a tagliarmi i capelli. Il barbiere, appena ha scoperto che sono italiano, mi ha raccontato la storia dell'Uruguay e mi ha fatto i complimenti per il mio spagnolo.
Risolta la faccenda telefono (lo so: 100 dollari, però non avevo scelta, e poi dove lo trovi, in qualunque parte del mondo, uno che te lo fa in un'ora? Neanche se è amico tuo) ho potuto fare il turista e mi sono girato la città vecchia e tutto il lungomare, che devo dire è molto bello. Montevideo sembra davvero un po' Barcellona e un po' Bari, anche se il lungomare è molto simile a quello di Copacabana, a Rio de Janeiro. Essendomi fatto una decina di chilometri a piedi, verso le 10 mi sono accomodato a letto.
Il giorno dopo, prima di partire per Colonia del Sacramento, ho visto Miguel, un amico del collega della SBS Ruben Fernandez, che mi ha portato al museo del football allo stadio Centenario e poi sulla costa nord di Montevideo, nel quartiere di Carrasco, che è la zona in della città. Alle 14,30 ho preso il pullman per Colonia, dove sono arrivato due ore dopo. Ho trovato un alberghetto e poi in giro per la cittadina. Colonia (20mila abitanti) è stata fondata dai portoghesi nel 1680 come avamposto per commerciare con la colonia di Buenos Aires, che è di fronte, separata dal Rio della Plata (che in questo punto di estuario è largo 50 km). Anche se parte degli edifici è nel frattempo crollata, Colonia ha ancora una bellissima atmosfera coloniale, stradine di ciottoli con case antiche (molte restaurate e abitate) di tutti i colori, spiagge carine e, alla sera, si vedono le luci di Buenos Aires all'orizzonte, dall'altra parte del Rio della Plata (su facebook ci sono le foto). Ci sono rimasto due giorni e poi ho preso il traghetto per l'Argentina, dove sono adesso.

lunedì 13 dicembre 2010

Montevideo

Purtroppo non ho tempo di scrivere, c'e' la fila per il computer all'hotel, ma Montevideo mi piace molto. E' sicuramente la citta' piu' vivibile e piacevole che ho visitato finora in Sud America.
E una giornata di sole, calda ma non troppo, cambia completamente la prospettiva. A presto per i dettagli e le foto.

domenica 12 dicembre 2010

Prime ore a Montevideo

La partenza stamattina da Punta del Diablo e' stata traumatica. Un freddo cane e pioggia. L'ostello e' a circa un chilometro dalla fermata dei pullman e quindi ho ringraziato mentalmente mia cugina Opi che mi ha regalato un K-Way il giorno prima di partire (Grazie Opi!). L'autobus e' arrivato puntuale, alle 9.20, ma era pieno, per fortuna il mio posto era numerato (avevo comprato il biglietto il giorno prima), quindi mi sono potuto sedere. Non era un espresso e si e' fermato in tutte le cittadine, da Punta del Diablo fino a Montevideo, ma e' stato utile per vedere un po' di realta' uruguayana. Le cittadine sono tutte ad architettura bassa, massimo due piani, quindi molto estese, relativamente parlando, ma invisibili fino a quando non ci si arriva. Sembrano tranquille e pulite, niente a che vedere con il Brasile, e niente cancelli a punteruoli o fili spinati e perimetri elettrici per proteggere le abitazioni, che in Brasile sono la regola. Si capisce che e' un paese tranquillo. Sul pullman mi sono addormentato. Mi sono svegliato alla periferia di Montevideo alle 14, quando e' arrivato il pullman. Quando sono sceso: ancora piu´ freddo, ho dovuto tirar fuori il maglione. Qui in teoria dovrebbe essere piena estate, ma quando arrivano le perturbazioni con aria fredda dall'Antartide non c'e' estate che tenga. Nonostante il cellulare con lo schermo nero sono riuscito a chiamare il numero di telefono di un hotel segnalato sulla guida Lonely Planet, ci sono andato con un taxi (il tassista era figlio di napoletani, qui in Uruguay una persona su tre e' di origine italiana) ed eccomi qua. Ha smesso di piovere e mi sono fatto una passeggiata per il centro di Montevideo, piu' che altro con l'occhio ai negozi di cellulari per tentare di far riparare il mio domani (oggi e' domenica) e mi sono mangiato una "milanesa al plato" (cotoletta alla milanese con le patatine fritte) con birra in un ristorante della strada principale, la 18 de Julio. In tv c'era l'ultima giornata del campionato argentino, per la cronaca ha vinto l'Estudiantes, battendo 2-0 l'Arsenal. Ma faceva troppo fredo per continuare la passeggiata, quindi quando ha fatto buio (alle 21.15) sono tornato in albergo a scrivere questo aggiornamento.

sabato 11 dicembre 2010

Punta del Diablo – Uruguay

L’arrivo è stato avventuroso. Sono partito da Porto Alegre in pullman e l’itinerario prevedeva discesa a Chuy, subito dopo la frontiera fra Brasile e Uruguay alle 5 della mattina. Da lì il piano era aspettare nella stazione dei pullman che aprissero i negozi, o trovare un bancomat, cambiare i soldi e comprare un biglietto per Punta del Diablo, che è a una quarantina di chilometri. Il problema è che l’autobus mi ha lasciato alla fermata, che sta già in Uruguay, in un posto deserto, con solo la caserma della dogana. Essendo le cinque era anche buio pesto. Il tipo della dogana ha detto che avrebbe anche cambiato dei soldi, ma solo dollari. Io avevo euro, pesos argentini, real brasiliani ma niente dollari. Intanto è arrivato l’autobus per Punta del Diablo. La sorte ha voluto che alla fermata ci fosse anche un francese, Tomas, che senza neanche che glielo chiedessi mi ha detto che mi avrebbe prestato i soldi: andava anche lui a Punta del Diablo. Fra l’altro il prezzo del pullman era di 51 pesos uruguaiani, ovvero solo due euro. Anche lui veniva dal Brasile e non aveva pesos, ma sul pullman ha conosciuto un’uruguayana che gli ha detto che a Punta del Diablo non ci sono banche, quindi gli ha cambiato in amicizia qualche soldo. Insomma, parlando in spagnolo col francese, un simpaticone, ho scoperto che anche lui è in viaggio per un anno. E’ di Pau, vicino ai Pirenei (Pau è un classico punto di arrivo delle tappe pirenaiche del Tour de France, il fatto che lo sapessi lo ha divertito). Siamo arrivati a Punta del Diablo un’ora dopo, all’alba. Il pullman ha fermato davanti alla casermina della polizia. Abbiamo chiesto al poliziotto se sapeva dove fosse l’ostello El Diablo Tranquilo, raccomandato dalla guida Lonely Planet, e ce lo ha indicato. Il problema è che in strada non c’era nessuno, eppoi strada per modo di dire. Punta del Diablo non ha strade asfaltate, solo sterrati. E’ veramente un posto remoto, un villaggio di pescatori che per la bellezza della spiaggia si sta lentamente trasformando in località turistica. Ma non è sviluppato, turisticamente. Non ci sono alberghi, solo casette, capanne, bungalow e affini. Un po’ come alcuni paesini della Sardegna 30 anni fa (guardate le foto su facebook, ne ho messe una trentina). Per botta di culo siamo arrivati all’ostello e per botta di culo c’era uno dello staff che si era appena alzato. Ci ha detto che era troppo presto per fare il check-in e ci ha detto di metterci a dormire sui divani dell’ingresso (ribadisco, erano le sei – splendida alba, fra l’altro, soleggiata ma fredda). Detto fatto. Un’ora dopo si sono alzati altri dello staff e ci hanno preparato i letti, in una camerata da otto (gli altri sei dormivano). Erano anni che non andavo in un ostello e devo dire che a parte che si spende pochissimo (53 dollari USA per tre notti) è forte perché ci sono un sacco di persone di ogni parte del mondo (qui c’erano australiani, neozelandesi, americani, canadesi, svedesi, brasiliani, cileni, irlandesi, ecc). Il fatto che dormi con altri nella stanza su letti a castello ogni tanto si può fare. I tre giorni successivi li ho passati in spiaggia fino a verso le 16, quanto puntualmente ha iniziato a piovere. Fra l’altro il primo giorno alla sera ha fatto proprio freddo, tanto che per la prima volta da quando sono in Sud America mi sono messo il maglione e questo mi ha fatto un attimo riflettere sull’opportunità di arrivare fino alla Tierra del Fuego o se invece fare il comodone ed evitare temperature basse bypassando il sud della Patagonia. Vedremo. In ogni caso alla sera ho offerto la cena al francese, perché se non mi avesse prestato i soldi non so come avrei risolto la faccenda. Devo anche affrontare il primo problema vero dalla partenza. Si è rotto lo schermo del cellulare cadendo, è tutto nero, e devo sperare di trovare, a Montevideo, dove vado domani, un negozio Nokia dove comprarne uno nuovo e trasferire numeri e dati da quello rotto (non sono solo i numeri, sono anche i codici della banca, i pin delle carte, ecc). Speriamo bene.

venerdì 10 dicembre 2010

Curitiba-Florianopolis-Porto Alegre

A Curitiba sono arrivato da Foz do Iguaçu, solo per fare tappa in vista di Florianopolis. Ho percorso in autobus praticamente tutto lo stato del Paranà da ovest a est. E per la strada non ho potuto non notare che il 90% delle imprese, delle ditte, delle fabbriche, dei negozi, sono di italiani. O per lo meno hanno nomi italiani. Andrea Ciacchi mi aveva spiegato che questo stato, una volta quasi disabitato a ovest per motivi militari (frontiera con Argentina e Paraguay) è stato popolato da coloni italiani e tedeschi provenienti dallo stato del Rio Grande do Sul. E si vede, pare che tutti gli italiani giunti nel Paranà abbiano aperto una qualche attività commerciale, mentre i tedeschi devono essersi dedicati all’agricoltura. Comunque di Curitiba c’è da dire che è la città brasiliana più pulita, ordinata e organizzata (lo dicono gli stessi brasiliani). Mentre generalmente le città che avevo visto finora hanno delle periferie brutte, sporche e cadenti, Curitiba ha viali alberati, marciapiedi senza crepe e buchi, palazzine carine, eccetera. Non so se dipenda dal governo, dalla gente che ci abita o altro, ma ho avuto una dimostrazione di tolleranza zero che dà un’idea dell’atteggiamento diverso. Ero alla stazione dei pullman in attesa di un taxi e un tipo si è avvicinato in macchina per scaricare un passeggero. La vigilessa, dal volto teutonico, si è avvicinata al finestrino e deve avergli detto: se ti fermi ti multo, qui non si parcheggia. Il tipo se n’è andato senza dire A. In altre città del Brasile l’atteggiamento è molto più “mediterraneo”, per quanto riguarda queste infrazioni. Da Curitiba sono andato, sempre in pullman, a Florianopolis, ma purtroppo il tempo non mi è stato amico. Dei quattro giorni che ci ho passato, non ha piovuto solo per poche ore. La prima notte l’ho passata in un hotel moderno e attrezzatissimo (wi-fi, pay-tv, ecc) vicinissimo alla stazione dei pullman. Sono uscito per cena e sono andato al quartiere del vecchio mercato municipale. Ho avuto la fortuna di capitare nella giornata nazionale del samba, e nella piazza del mercato c’era uno spettacolo di samba all’aperto con una decina di gruppi che si sono succeduti sul palco. Il pubblico (Florianopolis è molto bianca, ma c’erano diversi afro-brasiliani) conosceva tutte le canzoni, parola per parola, e ballava e cantava, beveva birra e mangiava. Mi sono goduto lo spettacolo per un’ora, ho mangiato un panino e bevuto una birra e sono tornato in albergo. Il giorno dopo mi sono visto con un’amica della mia collega brasiliana alla SBS, che mi aveva dato i suoi contatti. Si chiama Marta, è di origine tedesca e fa l’architetto. Era con un amico-cliente neozelandese, Ian. Siamo andati a fare un giro verso Lagoa da Conceiçao, la parte turistica dell’isola (Florianopolis è su un’isola grande metà della Corsica con decine di spiagge bianche) e a mangiare (pesce). Poi Ian è andato via e Marta mi ha lasciato ad una pousada (pensione) a Lagoa da Conceiçao. I due giorni successivi li ho passati a guardare la televisione, perché ha piovuto quasi ininterrottamente… L’ultima sera siamo andati a cena insieme e c’era anche una coppia di suoi amici, Silvia, di Porto Alegre, lì per il weekend, e Mario. Per farla breve, Silvia mi ha invitato a casa sua a Porto Alegre, una tappa che pensavo di fare in fretta. Per finire la serata Marta ci ha portato tutti ad un locale sulla spiaggia dove c’era un gruppo di samba e choro che suonava dal vivo. Nel pubblico c’erano giovani e meno giovani. La cosa è che in Brasile anche i giovani apprezzano la “musica popolare”; in un certo senso samba e choro sono un po’ come tarantella e liscio, ma di giovani italiani che ballano questi stili non ne conosco. Ho bevuto una bella caipirinha e poi a nanna. Il giorno dopo sono arrivato a Porto Alegre, la grande città più a sud del Brasile, dove quasi tutti sono di origine tedesca o italiana (o Europa dell’est). I romanisti la conoscono come la città di Falcao, ma ci è nato anche Ronaldinho. Silvia, che vive col figlio 13enne molto preso dai videogiochi, è stata molto ospitale e io l’ho ripagata facendo una pasta al ragù alla bolognese da leccarsi i baffi. Ho anche scoperto, comprando gli ingredienti, che le erbe e le verdure in Brasile hanno nomi completamente diversi dai nostri. Ad esempio sedano si dice aipo, rosmarino alecrim, carota senoura, eccetera. Il giorno seguente ho fatto un tour della zona sud della città, la parte più bella, sulla riva del lago Guaiba, e la guida ci ha anche portato davanti all’entrata della casa di Ronaldinho. Dico entrata perché pare che la casa sia immensa e solo la guardiola del portiere è grande quanto una casa normale. Ho girato anche il centro storico. Porto Alegre è una città relativamente moderna, ma ha alcuni edifici con un’architettura interessante. Alle 21 partenza, sempre in pullman, per l’Uruguay, dove sono ora.

giovedì 2 dicembre 2010

Ciudad del Este - Paraguay

Foz do Iguaçu, in Brasile, e´al confine con Argentina e Paraguay, li divide il fiume Parana´. A Foz ci sono le famose cascate piu´spettacolari del mondo (posso confermare, guardate le foto su facebook) e l´Universita´ latino americana, dove lavora Andrea Ciacchi (per i non amicissimi, Andrea era al mio liceo di Roma, il Socrate, un anno avanti a me, e ora fa il professore di antropologia qui in Brasile). In Argentina siamo andati a pranzare, il paesino di Puerto Iguazu e´a pochi chilometri, si passa la frontiera con una certa tranquillita´. I brasilani vanno in Argentina per spendere di meno, fare il pieno di benzina e mangiare bene. In Paraguay, invece, ci vanno per fare la spesa. Ciudad del Este, seconda citta´del Paraguay, e´dall´altra parte del ponte sul Parana´, un ponte che si chiama dell´amicizia. In pratica sei in Brasile a Testaccio e sei in Paraguay a Porta Portese. L´esempio Porta Portese non e´causale. Ciudad del Este e´una sorta di Napoli del Sud America. Ci sono solo (nella parte che ho visto io, quella subito dopo il ponte) negozi, negozietti e negoziucci, bancarelle e venditori letteralmente ambulanti che ti vendono di tutto. Immaginate versioni un po´ squallide dei nostri centri commerciali (senza fontane, panchine, ampie sale, atri) circondate da bancarelle alla Porta Portese. Tutto questo per diversi isolati. Pare che sia porto franco, quindi per questo vendono cose altrove costose (cellulari, hi-fi, tv, ipod, ipad, computer, eccetera) a prezzi bassi per i brasiliani e gli argentini. Ma vendono anche le cose alla Porta Portese: cinte, calzini, mutande, cd e dvd fasulli, bigiotteria, aranciata-birra-coca e altro. Pensate che una ditta che fa prodotti hi-fi imitati si chiama... Napoli!!!! Purtroppo non ci sono le etichette coi prezzi, quindi uno deve contrattare e a me in realta´non serviva nulla, ero solo venuto a vedere, quindi non ho neanche chiesto i prezzi di ipod ecc. Non essendoci un posto per riposarsi o fare un break (almeno io non l´ho trovato) dopo due ore non ce la facevo piu´ di essere circondato da un caos portaportese/napoli/casbah e avvicinato da centinaia di venditori ambulanti, quindi ho preso un taxi e me ne sono tornato in albergo in Brasile. Sara´che ormai sto diventando australiano, ma queste situazioni di caos non le sopporto piu´.
Comunque questa situazione di ´´contrabbando legalizzato´´ determina il fatto che il ponte e´sempre intasato di gente che a piedi, in moto, in macchina, in pullman o in taxi va e viene dal Brasile per comprare roba. E, come mi ha spiegato Andrea, e´nato anche il fenomeno sociale dei sacoleiros (da sacola: borsa di plastica): e´gente che regolarmente compra roba in Paraguay e la rivende in Brasile ai limiti della legalita´. Perche´lo annoto? Perche´nel pullman che ho preso il giorno dopo per Curitiba, dove sono adesso, c´erano vari sacoleiros e la polizia fema sempre i pullman che vengono da Foz do Iguaçu. Quindi, come da copione, poco prima di Curitiba il pullman e´stato fermato e perquisito, sia nella stiva sia nell´abitacolo, da poliziotti armati fino ai denti, provocando un´ora di ritardo. In questa occasione non hanno trovato nulla di illegale. Comunque sono arrivato a Curitiba alle 11 di sera e ho trovato un alberghetto vicino alla stazione dei pullman: Hotel Roma... Tutto okay (20 euro) a parte il fatto che non c´era acqua calda e quindi per la prima volta in non so quanti anni (spiagge escluse) mi sono fatto la doccia fredda. Ora sono di nuovo alla stazione dei pullman e sto per prendere il pullman per Florianopolis, secondo i brasiliani la piu´bella localita´ di mare del sud del Brasile. Vedremo.

domenica 28 novembre 2010

São Paulo

E’ una città immensa, quasi 20 milioni di abitanti. Chi crede che Roma, Londra o Sydney siano grandi città venga a São Paulo. Essendo cresciuta a dismisura negli ultimi 50 anni è caotica, senza un piano regolatore comprensibile, piena di condomini altissimi tipo alveari e altrettante favelas, che però, al contrario di Rio, sono invisibili a meno che uno non ci passi davanti e concentrate nella grande periferia. E’ ovviamente una città brasiliana ma anche una città italiana. L’emigrazione italiana, iniziata verso la fine dell’ottocento, è stata massiccia e la maggioranza assoluta della popolazione è di origine italiana, tanto che un ex governatore dello stato di São Paulo ha detto: se tutti gli italiani che vivono qui mettessero alla finestra la loro bandiera, dall’alto São Paulo sembrerebbe una città italiana. E questo si vede da tante cose: a parte la più ovvia, la cucina, anche i volti della gente, l’architettura di alcuni quartieri (sembra di stare a Roma), i nomi sui negozi, i nomi delle strade, dei giornalisti e personaggi televisivi e l’accento locale. I brasiliani dicono che il portoghese di São Paulo è molto influenzato dall’italiano, sia nella parlata, sia nel vocabolario (al telefono dicono “pronto” invece di “alò”, cazzo è una parolaccia diffusa, la “r” è quella italiana e non quella “francese” degli altri brasiliani, eccetera). Comunque non ci sono solo gli italiani: è pieno di giapponesi, giunti qui più meno nello stesso periodo degli italiani, siriani e libanesi, coreani e cinesi, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli e ovviamente portoghesi e neri. E’ su un altopiano di 800 metri, quindi ha un clima completamente diverso da quello afoso di Rio. D’inverno pare che faccia addirittura freddo e piove molto in tutte le stagioni. C’è un traffico della Madonna. Ci sono diversi viali grandi, ma soprattutto al centro sono tutte stradine in salita/discesa tipo Monteverde a Roma. La città è comunque (apparentemente) ben servita da autobus e metropolitana e da una marea di taxi. Non c’è molto da vedere (São Paulo è a una settantina di km dalla costa, ha due fiumacci bruttarelli e non c’è mare, né monumenti di nota), ma per chi ha voglia c’è molto da fare: è veramente pieno di ristoranti, locali con musica dal vivo, musei, mostre, centri commerciali, cinema, teatri, eccetera. Oggi sono stato al Museo della lingua portoghese. Molto interessante: modernissimo, con audiovisivi e multimedia, pannelli luminosi e computer touch screen, spiega la storia della lingua dalle sue origini neolatine all’arrivo in Sud America e alla contaminazione con le lingue indigene, quelle degli schiavi africani e poi quelle degli emigranti (vedi italiano). Ananas, ad esempio, qui si dice abacaxi (pronunciato abacascì), parola indigena, bagunça (confusione) viene da una lingua africana, brachola inutile che lo dico, eccetera. Sono parole che nel portoghese di Lisbona non esistono. A São Paulo ho anche rivisto tre miei cugini coetanei del ramo che emigrò in Brasile da Cesena negli anni 1910 (Ricardo, Lincoln e Dante Lucchi) e stabilito il primo contatto con un altro ramo che ho conosciuto per caso quando un’altra cugina (Andréa Lucchi) mi ha trovato su facebook. Andrea è figlia di Aìlton Lucchi, che fra l’altro somiglia a mio padre, e pronipote di Celso Lucchi, un altro fratello di mio nonno di cui ignoravo l’esistenza. E’ stato divertente. Andréa mi ha invitato a vedere uno spettacolo di danza classica di cui lei curava la regia (è stata ballerina classica e coreografa) insieme alla sorella. Mi ha riconosciuto subito (per le foto su facebook, suppongo) e poi siamo andati a cena in una pizzeria (quelli di São Paulo sostengono di fare la miglior pizza del mondo - come quelli di New York e Buenos Aires, del resto, ma non se ne parla neanche). In pizzeria c’era praticamente tutta la famiglia. Aìlton parla il portoghese italianizzato del quartiere di Mooca, ma non l’italiano, come il resto della famiglia. Sono stati molto simpatici e gentili. E’ stato piacevole averli conosciuti e aver messo al suo posto un altro tassello dell’albero genealogico.  Mi hanno anche raccontato alcuni retroscena divertenti della famiglia Lucchi in Brasile. A quanto pare tutti hanno fatto fortuna, mentre i Lucchi rimasti in Italia un po’ meno… Andréa, che non fa più la coreografa ma la psicologa (bel salto), viaggia molto e non è detto che non ci si riveda, magari in Italia o in Australia.

mercoledì 24 novembre 2010

Paraty e dintorni

Paraty. Innanzitutto una nota linguistico-ortografica: alcuni anni fa i paesi lusofoni, ovvero di lingua portoghese, hanno deciso di abolire dall’alfabeto e dalla grafia delle parole (straniere a parte) la ipsilon. In effetti, come la k e la w per noi italiani, la y ai lusofoni non serve. E’ rimasta solo in alcuni toponimi. Uno di questi è Paraty (pronunciato paracì). E’ una cittadina sulla costa a circa 200 km a sud di Rio, architettura coloniale portoghese ben conservata, case tutte con un massimo di due piani, isola pedonale (anche perché la pavimentazione è ancora quella originale, tipo Appia Antica, quindi spaccherebbe ruote e sospensioni), e una bella atmosfera. C’ero già stato la prima volta che venni in Brasile e volevo tornarci. Per arrivarci è stata un po’ un’odissea. Mi ero scordato di quanto fossero brutte le strade in Brasile. Siamo partiti da Rio alle 9 e per percorrere 200km abbiamo impiegato quattro ore. Non tanto per il traffico, che c’era solo per uscire dalla città, quanto per il sistema usato in Brasile per costringerti a rallentare. Invece dei semafori (ne abbiamo incontrati forse tre in 200km), qui usano i “quebra-molas”, letteralmente: spacca ammortizzatori. Funziona così: in prossimità di un centro abitato, di un attraversamento, di un incrocio - o semplicemente perché sì, ci sono dei dossi artificiali che se non rallenti a 5kmh ti rompono la macchina. Sono segnalati, sì, dovrebbero essere dipinti di giallo e nero, ma la manutenzione è carente, quindi molti sono invisibili e o inchiodi o spacchi tutto. Per questo l’amico che guidava andava a una media di 60 all’ora. Fondamentalmente se conosci la strada sei salvo, se non la conosci sono cavoli amari. Anche perché in 200km ne avremo incontrati più di 100. Guarda caso, spesso in prossimità dei quebra-molas ci sono carrozzieri e meccanici… Mentre sto scrivendo questo post sono sulla Rio-Sao Paulo che non ha quebra-molas ed è in buono stato, ma la Rio-Santos, che passa per Paraty, è pure piena di buche e ha un manto stradale che lascia un po’ a desiderare, per dirla con un eufemismo. Altra cosa: la benzina costa. Nonostante la Petrobras (l’ENI brasiliana) sia una delle più grandi aziende al mondo e qui ci siano giacimenti, la benzina costa quanto in Italia, con la differenza che gli stipendi qui sono molto più bassi. Comunque, superato il campo minato dei quebra-molas siamo arrivati a Paraty. Eravamo in cinque. Oltre a me, German e la moglie brasiliana Daniele, c’erano la sorella di Daniele, Elaine, e un amico colombiano ingegnere, Javier. Caldo umido e voglia di farsi il bagno, quindi ricerca immediata di un albergo (pousada). Essendo sabato non è stato facile. Comunque alla fine lo abbiamo trovato, anche abbastanza economico (20euro a persona). Alla sera siamo stati in un ristorantino coi tavoli di fuori dove abbiamo mangiato gamberi e pesce, innaffiati da birra e caipirinhas. Avevo capito che il cameriere/gestore aveva un accento italiano e infatti era un lucchese, sposato con una brasiliana (l’altra cameriera) in Brasile da dieci anni. Si lamentava dell’Italia e delle tasse e diceva che qui (in Brasile) si pagano meno imposte se hai un’impresa. Abbiamo fatto un giro del paese e poi io sono andato a dormire mentre gli altri sono andati a ballare forrò, una specie di liscio brasiliano.

Samba e altro

A Lapa, il quartiere dei locali musicali di Rio, ho scoperto (con colpevole ritardo) che sangue e cultura sono due cose completamente diverse. A volte coincidenti, ma – appunto – per coincidenza. Immagino che sociologi e antropologi lo scoprano sul primo libro di testo che leggono. Mi spiego: siamo andati, per l’appunto, a Lapa, una specie di Trastevere di Rio, strade strette di ciottoli e edifici relativamente antichi, all’ombra dei nuovi grattacieli di Rio Centro. E’ pieno di locali con musica dal vivo, alcuni per turisti, altri più autentici. E qui la musica dal vivo è samba, bossa nova o MPB (mùsica popular brasileira). Il locale era a tre piani, all’interno di una vecchia casa credo signorile, e su ogni piano c’era una banda che suonava. Al centro c’era una sorta di “lucernario”, in modo che affacciandosi si potevano vedere i due piani inferiori (comunque ho messo le foto su facebook). Secondo gli amici che erano con me i gruppi erano così così, ma a me, da profano, non sono dispiaciuti affatto. Anzi, dopo un paio di caipirinhas mi sono sembrati ottimi. Tornando alla “scoperta”, c’erano ragazzi e ragazze e gente meno giovane, sia bianchi che afro-brasiliani, che ogni tanto, quando c’era la canzone “giusta” si mettevano a ballare samba. E ballavano con tale naturalezza e abilità che mi è risultato ovvio che è una questione culturale, non (o non solo) di sangue. Nel senso che se sei cresciuto in quest’ambiente e questa cultura balli samba sia che tu sia bianco che nero. Che poi il samba sia stato portato in Brasile dagli schiavi africani è un altro discorso: oggi fa parte della cultura brasiliana tout court e anche se sei di origine italiana o tedesca, senza una goccia di sangue africano, lo “senti” e lo balli con la stessa “competenza”. Io comunque non ballo, né oggi né mai, quindi è solo una considerazione da osservatore del tutto distaccato.

giovedì 18 novembre 2010

La vista dalla casa di Daniele e German
Oggi c'è stato il sole. Ho comprato una sim brasiliana per il cellulare e ho tentato di comprare una chiavetta USB per collegarmi a internet tramite wifi. Per la sim è stato divertente perché in un negozio tipo Trony sono dovuto andare prima a scegliere il numero, poi da un altro tipo per fare la carica, poi da un altro tipo per avere la sim e poi tornare dal primo tipo per l'installazione. La sim è costata 10 real (cinque euro) e la carica che ho fatto è stata la minima, 12 real. Ho preso una sim TIM, che a quanto pare è la più efficiente in Brasile (non mi sembra che la TIM abbia la stessa reputazione in Italia, boh). Invece per l'USB/internet per il computer, sempre TIM, ma in un altro negozio, il tipo mi ha detto che devo fare il contratto, che a me ovviamente non serve. Mi dicono che c'è un'altra ditta che fa il prepagato, che è quello che serve a me: vedremo. Poi sono andato con German sulla spiaggia di Copacabana dove sono arrivate la madre e la sorella di Daniele. Abbiamo mangiato in un chiosco sulla spiaggia: io salsiccia e insalata "innaffiate" da Guaranà. Stiamo meditando di andare a fare un weekend a Parati, un paesino tipo Sperlonga, sul mare, a circa 200 km a sud di Rio. http://www.paraty.com.br/bairros/centro/index.asp
Ho notato che dall'ultima mia visita in Brasile (2005) i prezzi sono molto saliti. Ma oggi sul giornale c'era scritto anche che il governo alzerà il salario minimo, quindi credo sia il segnale che salgono i prezzi perché salgono gli stipendi e la gente può permettersi di spendere. Qui nel qurtiere di Leme http://maps.google.it/maps?f=q&source=s_q&hl=it&geocode=&q=Leme,+Rio+de+Janeiro,+Brasil&sll=41.442726,12.392578&sspn=9.252168,25.356445&ie=UTF8&hq=&hnear=Leme,+Rio+de+Janeiro,+Brasile&ll=-22.959974,-43.17112&spn=0.088831,0.198097&t=h&z=12 c'è un po' di tutto. Appartamenti di ricchi (mi dicono che si paga anche più di mille euro al mese per un appartamento buono, al che uno dice: come faranno a permetterselo - ma uno lo dice anche degli affitti di Roma), favelas sulla collina (vedi foto), signore eleganti con cagnolini pregiati e poveracci che vendono qualunque cosa su cassette di frutta. Avenida Nossa Senhora de Copacabana, la strada principale, è piena di: supermercati tipo Conad, giornalai, tabaccai, barbieri, agenzie di viaggi, negozi di abbigliamento non proprio di lusso, banche (quante banche) e mini-Trony. Devo dire che nessuno cammina con la paura di essere rapinato, ma devo aggiungere che ci sono guardie giurate armate un po' dappertutto. Stasera si va in un locale di musica dove pare si suoni samba.

Primo giorno a Rio de Janeiro

L'amico Fabrizio Pelliccioni (colgo l'occasione per ringraziarlo pubblicamente) mi è venuto a prendere, puntualissimo, alle 5.15, siamo arrivati a Fiumicino alle sei meno un quarto e mi sono imbarcato sul volo British Airways come da copione alle 7.15. Poi, una volta tutti seduti e cinturati, la notiziaccia: all'aeroporto di Londra c'è nebbia quindi partiamo con almeno un'ora di ritardo (che poi sono diventate due). In effetti giunti a Londra non si vedeva niente. Visto che avevo la coincidenza per Rio alle 12, mi sono precipitato dall'altra parte del terminal per non perdere il volo. Anche lì stessa strategia della British Airways: tutti dentro l'aereo e poi la stessa notizia: c'è nebbia, quindi c'è la fila per partire, almeno un'ora di attesa (anche qui sono diventate due). Il problema stavolta è che c'era l'aria condizionata non a mille, ma a duemila (incomprensibile, visto che la temperatura a Londra era di otto gradi, boh...). Insomma, io ero seduto di fianco a una brasiliana che si è messa subito la coperta addosso per il freddo, ma se la brasiliana è comprensibile, c'era anche un gruppo di norvegesi con cappotti e sciarpe, perché l'aria condizionata era veramente assurdamente fredda e forte. Ho chiesto alla hostess: è proprio necessario avere l'aria condizionata a mille? Lei ha detto: vedrò quel che posso fare e ovviamente non ha fatto nulla. Morale della favola: già prima che l'aereo partisse io e metà dei passeggeri eravamo raffreddati, si sentivano sternuti e tosse da ogni parte dell'aereo, sembrava che fossimo in Antartide, tutti maglionati e con addosso le coperte. Finalmente alle due del pomeriggio siamo partiti. Durata effettiva del volo: 11 ore. Film visti: Iron Man 2 (voto 3 su 5); A-Team (2), Jonah Hex (2), The Other Guys (3). Cibo come sempre indefinibile, vino rosso argentino Malbec non male. Dovevamo arrivare alle 21.50 a Rio e il mio amico argentino German, il tastierista del mio gruppo in Australia, che ora vive qui con la moglie brasiliana Daniele, si era offerto di venirmi a prendere. Ho pensato: poveraccio, adesso sta già all'aeroporto e noi siamo ancora in volo sull'Atlantico. Siamo atterrati a mezzanotte meno un quarto. Poi il controllo passaporti: un'altra mezz'ora. Per fortuna che avevo solo bagaglio a mano, se no stavo ancora lì (poi, in uno dei prossimi post, illustrerò la mia politica del viaggiare il più leggero possibile, di bagaglio intendo). All'uscita dall'aeroporto c'era German, che poveraccio aspettava da due ore. Però si era portato un libro, quindi almeno ha avuto qualcosa da fare nell'attesa. Siamo andati subito ad un bancomat, perché in Italia non avevo trovato i Real (divisa brasiliana). Di dieci bancomat visitati, solo uno (ovviamente quello con la fila) mi ha dato i soldi. Gli altri o non riconoscevano la mia carta o dicevano che c'erano vaghi problemi. Usciamo, prendiamo un taxi e dopo mezz'ora arriviamo a casa di German e Daniele. Sta nel quartiere di Leme, praticamente a Copacabana, a una traversa dalla spiaggia. Concludo il primo post dicendo semplicemente che siamo andati a dormire alle 2 locali (che per me erano le 5, calcolando il fuso) e che ho dormito malissimo per colpa dell'ormai galoppante raffreddore. Intanto, fuori, pioveva.